Senza titolo
2026
Tecnica mista, legno inciso, soia gialla, soia nera, fagioli mungo, fagioli dall’occhio, fagioli azuki, riso bianco, riso nero, grano, mais e sorgo
140 × 200 cm

Courtesy by the Artist and C+N Gallery CANEPANERI

L’opera è composto interamente da semi raccolti nei campi agricoli della Pianura Padana e acquistati in negozi di alimentari etnici. Attraverso questi materiali rielaboro uno dei manifesti di propaganda agricola prodotti in Cina negli anni Sessanta.

La scritta presente nell’immagine recita: “Essere un seme rosso, germogliare, mettere radici, fiorire e portare frutto là dove la patria ha più bisogno di te”. Questa frase, concepita come esortazione rivolta alle giovani generazioni, richiama un linguaggio profondamente radicato nella cultura politica della Cina del secondo Novecento. Allo stesso tempo, per me rappresenta una memoria visiva dell’infanzia: le grandi iscrizioni murali presenti nella mia città natale (Xiangtan, Centro sud della Cina), con frasi di carattere educativo e collettivo come “Zuguo De Huaduo” (祖国的花朵, “I Fiori della Patria”), hanno costituito il primo ingresso simbolico nella società in cui sono cresciuto.

La scelta di reinterpretare un’immagine di propaganda attraverso la tecnica tradizionale della pittura con semi crea un cortocircuito tra due forme visive appartenenti a contesti storici differenti: da una parte, un’immagine costruita per trasmettere valori collettivi e ideologici, che riprendere come riferimento Essere un Seme Rosso (1963) di Ha Qiongwen, un’immagine emblematica della produzione iconografica che, durante gli anni della Rivoluzione Cinese (1966-76), contribuì alla costruzione dell’immaginario collettivo legato al mondo rurale e che trovò ampia diffusione durante il Movimento di “Salire in Montagna e Scendere in Campagna” (1968–1978) (traduzione letterale di 上山下乡运动); dall’altra, una pratica artigianale ancestrale legata alla terra, alla memoria agricola e alla relazione tra essere umano e natura. La pittura con semi, originaria della dinastia Tang (618–907 d.C) e oggi riconosciuta come patrimonio culturale immateriale cinese, utilizza semi, cereali e materiali naturali per esprimere auspici di abbondanza dei raccolti, armonia tra uomo e ambiente e desiderio di prosperità. Il seme, oltre ad essere un elemento naturale, diventa anche il simbolo di continuità, nutrimento e trasmissione della memoria.

L’opera non intende riproporre un ideale collettivo o una narrazione politica del passato, bensì aprire una riflessione personale sulla questione dell’appartenenza, una domanda che mi ha accompagnato dall’infanzia fino all’età adulta. Cresciuto tra Cina e Italia, il seme diventa una metafora del soggetto in divenire: qualcosa che attraversa territori, mette radici altrove e si trasforma nel nuovo ambiente senza perdere completamente la propria origine.








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