Floating Landscape
2026
installation
Wood, heels, rose petals, sand, iron and steel tools, a dried plant with seeds, plastic objects
Courtesy by the Artist and C+N Gallery CANEPANERI
L'idea di opera d'arte come archivio, affermatasi negli anni Settanta e diffusamente ripresa in epoca più recente, è alla base della pratica di Peng Shuai Paolo. In questo ambito, la sua attenzione è però puntata particolarmente sull'idea di riattivazione del serbatoio culturale, a scapito di una semplice conservazione - la testimonianza è una componente certamente presente, ma in un certo senso secondaria. Ciò che conta per l'artista è far confluire elementi preesistenti, materiali e culturali, in nuove narrazioni, possibilità, mentalità. Come detriti carsici, gli oggetti da lui recuperati si sedimentano in "storie" nuove, persino futuribili perché immaginano nuovi modi di percorrere la realtà. E anche la fusione di culture da lui vissuta in prima persona appare un dato assodato, punto di partenza di un'analisi e non suo oggetto principe.
Non per questo, la sua ricerca risulta meno metodica. Mantenendo presente come un costante sottofondo la sua origine cinese, l'artista indaga il territorio nel quale si è trasferito in giovane età esplorando come un campione di studio il territorio dell'Oltrepò pavese, scelto in quanto «risultato di una continua interazione tra processi ecologici, come le alluvioni e i periodi di siccità, e pratiche umane legate alla caccia e all'agricoltura».
Da questo territorio provengono anche i "detriti" che compongono l'opera realizzata per il Premio San Fedele, raccolti in due casse mobili, fornite di ruote e dunque potenzialmente itineranti e nomadi. Ogni elemento viene scelto per una precisa ragione simbolica, che però poi si diffonde in un'insieme coerente, autonomo e suggestivo - la componente immaginifica è particolarmente marcata in questo lavoro. Agli utensili agricoli, evidenti ricettacoli di cultura materiale, si affiancano oggetti più inaspettati, la cui presenza è ambigua - come a rappresentare un lato in potenza "negativo" della sedimentazione: una cartuccia utilizzata per la caccia, una pallina giocattolo e un garofano di plastica. Anche l'artificiale, però, viene rimasticato ed entra a far parte di un composito che fonde natura e cultura.
D'altronde, al vero intruso viene assegnato lo status di protagonista. L'Artemisia verlotiorum, proveniente dalla Cina e introdotta in Europa a fine Ottocento, è infatti catalogata come specie invasiva. Posta come fulcro della composizione, diventa una sommessa rivendicazione a favore delle specie considerate marginali, estranee, aliene e quindi oggetto di violenza - con l'evidente sottinteso simbolico che dalle specie vegetali allarga il discorso a individui e comunità umani.
Non rinunciando al taglio politico, la riflessione diventa infine anche esistenziale. L'inscindibilità di bellezza e caducità incombe come un velo, grazie alla distesa di petali di rosa che attraversano durante lo svolgimento della mostra una successione di stati: dalla fragile maestosità iniziale al fertile deperimento.
Stefano Castelli, critico d'arte